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Iran e altre storie

20 ottobre 2009

L’Iran, non parliamo poi quando si pensa ad esso con il nome di Persia, mi ha sempre affascinato. L’idea che uno stato così ricco di storia, passata ma anche recente, così contraddittorio e così unico non possa essere una meta tranquilla di un viaggio mi dispiace, molto.
L’innamoramento letterario nei confronti della storia recente iraniana è nato invece in tempi non sospetti con Marjane Satrapi e il suo "Persepolis". Lei venne a Rovereto al Festival Oriente Occidente direi sette o otto anni fa e sentirla parlare con quell’energia di donna, di scrittrice e di esule mi era piaciuto veramente tanto. Volevo farci anche la tesi della specialistica, ma erano tempi lontani dal boom del fumetto e del film e quindi ricevetti un "Satrapi chi?!?!" e la proposta di tesi finì lì (purtroppo!).
In questi giorni sono tornata sul tema con il libro "Lipstick Jihad" di Azadeh Moaveni e, per quanto sia raro per me parlare di libri che sto ancora leggendo, ci sono alcuni spunti che ho trovato in questo libro che mi piacciono molto.
Su tutto una grande ironia, forse necessaria per affrontare il trasferimento in Iran della giovane Azadeh in cerca delle sue origini. Trasferitasi dalla California a Teheran per ritrovare le sue origini, l’autrice si trova in un mondo ben diverso da quello immaginato, ben lontano dal Iran dei racconti dei genitori prima della rivoluzione, ma anche lontano dal paese chiuso che lei si era immaginato.
L’Iran degli anni del presidente Khatami, dal 1997 al 2001 (e fin qui sono arrivata), è  un paese in cambiamento, un cambiamento sotterraneo che parte dal basso e che viene nel possibile accettato e aiutato dall’ala riformista al governo. È un paese che lotta come può contro la chiusura dominante e che matura un risentimento forte nei confronti dell’élite religiosa che governa tutto, un paese dove ogni cittadino resiste come può. E qui scatta l’ironia: come può un semplice tassista opporsi al dominio incontrastato dei religiosi? Lasciandoli a piedi! Ed ecco che mentre Azadeh, alzando un dito, ferma il taxi che la porterà a casa, qualche metro prima un religioso intabarrato nei suoi mille veli scuri e coperto dalla sua barba si sbraccia come un matto, ignorato dal taxi giallo. Lotta dura senza paura, low cost e cheap!
Bella anche tutta la parte in cui si descrive la difficoltà di una giovane ventenne nata iraniana, in America (anzi California!), che dopo un anno di avvicinamento passato al Cairo, va a vivere con suo nonno novantenne a Teheran, scrivendo articoli per il Times e tentando di capire se lei stessa è iraniana, americana o cosa. Un farsi che fino a quel momento sembrava buono si dimostrta un linguaggio semplice e adatto solo per la casa, una tendenza americana al sorriso che la trasforma in una poco di buono agli occhi di chi le sta attorno, uno scoramento continuo al controllo che subisce tra interrogatori e appuntamenti segreti da parte della polzia di Stato che la trattano come un’americana, forse infiltrata, ma che la accusano di non comportarsi da iraniana per bene, rispostandola quindi geograficamento di nuovo nello stato Orientale. Una doppia identità che, con molti meno ostacoli e molta meno difficoltà, anche a me ogni tanto si presenta.

In questi giorni lo finisco e poi concludo il mio giudizio.
sonia

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